Probabilmente all’inizio nessuno l’avrà preso sul serio. Pulire l’oceano con delle gigantesche barriere ancorate al fondo del mare? Lasciare che le correnti portino la plastica nelle reti per poi convogliarla in delle torri off-shore? Genitori e amici di Boyan Slat, giovane olandese classe 94, avranno pensato che scherzasse, o che si trattasse di una fantasia adolescenziale. Sì, perché a questo ragazzo l’idea è venuta ad appena 17 anni, nel 2011.
Ancora liceale, Boyan ha immaginato quello che adesso è diventato uno dei progetti ambientalisti più ambiziosi della storia recente dell’umanità, o almeno di quello che è stato battezzato l’antropocene, era geologica segnata dalla plastica.

La plastica appunto. La missione di Boyan, CEO di the Ocean Cleanup è proprio quella di rimuovere le isole di rifiuti che soffocano gli oceani. Ne alterano il microclima, ne aumentano la temperatura media, e ne segnano pesantemente il futuro.

Per farlo ha immaginato di costruire e posizionare gigantesche barriere (lunghe fino a 100 km) in grado di catturare e raccogliere la plastica, lasciando che, grazie alle correnti, sia l’oceano a - diciamo così - pulirsi da solo. Un’idea tanto semplice quanto geniale, che potrebbe rendere l’operazione fattibile, veloce, e soprattutto economicamente sostenibile.
 
Per portare questa idea dal dominio del possibile, quando non della fantasia, a quello della realtà, ci sono voluti alcuni anni, moltissime ricerche, e infiniti studi di fattibilità.
Dopo un inizio stentato, nel 2013 l’idea diventa virale grazie ad un video di TED. La visibilità ottenuta ha di fatto reso possibili i primi studi di fattibilità, portati avanti da un team di 100 ricercatori volontari guidati dal giovane enfant prodige dell’ambientalismo.
 
Adesso The Ocean Cleanup inizia a fare sul serio. Con un keynote trasmesso in diretta facebook e seguito da mezzo mondo, Boyan Slat ha di recente annunciato un’accelerazione nelle operazioni. “Il primo vero dispositivo per pulire l’oceano – ha annunciato Boyan lo scorso 11 maggio – lo istalleremo entro i prossimi 12 mesi. Se tutto va secondo I piani, potremmo ridurre l’isola di plastica del pacifico del 50% in soli 4 anni”. La scadenza del 2020, inizialmente immaginata come data limite per l’inizio delle effettive operazioni, è stata dunque anticipata al 2018.
 
“A determinare quest’anticipazione – spiega Vivian Ten Have, del team di comunicazione di The Ocean Cleanup – è stata una fondamentale innovazione nella tecnologia: al posto delle barriere fissate al fondo dell’oceano, utilizzeremo delle barriere galleggianti con delle ancore mobili, che permetteranno al dispositivo di muoversi più lentamente delle correnti, catturando cosi la plastica in superfice”.
 
Un passo in avanti tecnologico dunque, ma non solo: “dietro la svolta – aggiunge Vivian ten Have – c’è anche il successo delle nostre operazioni di fund raising. Siamo riusciti a raccogliere la ragguardevole cifra di 21.7 milioni di euro, attirando peraltro investitori del calibro di Marc Benioff (salesforce), and Peter Thiel (paypal)”.
 
Entro il 2023 dunque, metà della plastica dell’oceano pacifico potrebbe essere sparita. Tutto bene dunque? Non proprio. Il continuo afflusso di plastica che tuttora arriva agli oceani da fiumi e coste non accenna a rallentare. Secondo un recente studio di The Ocean Cleanup, tra gli 1.15 e i 2.41 milioni di tonnellate di plastica ogni anno finiscono dai fiumi nel mare.
 
  “Per questo – conclude Vivian ten Have - la nostra più grande paura è che se la comunità internazionale non prenderà delle vere contromisure il nostro lavoro potrebbe restare incompleto. Chiediamo dunque a gran voce che i governi creino delle alleanze per combattere o mitigare il fenomeno”.