“Dai diamanti non nasce niente – diceva il mai troppo compianto Fabrizio De Andre – dal letame nascono i fior”.
 
E chissà che non sia stato il cantautore genovese ad ispirare, nel 2003, i fondatori di Climeworks Christoph Gebald and Jan Wurzbacher, quando ancora studenti universitari al politecnico di Zurigo, hanno immaginato un sistema potenzialmente rivoluzionario.
 
Parliamo di una tecnologia che, nell’impianto appena inaugurato non lontano da Zurigo, ha creato una filiera che è l’eldorado di ogni ambientalista: anidride carbonica aspirata dall’atmosfera, trasformata poi in fertilizzante usato per coltivazioni di pomodoro e zucchine.
Un’invenzione a emissioni negative, come amano dire i fondatori, che potrebbe mandare in soffitta il concetto stesso di sostenibilità, con il suo codazzo di accordi, dibattiti, e spregiudicati negazionismi sul cambiamento climatico.

“La nostra visione – spiega uno dei due fondatori di Climeworks Jan Wurzbacher – è sempre stata quella di impattare su uno dei più gravi problemi della specie umana: il riscaldamento globale. Partendo da pochi milligrammi di Co2 al giorno, siamo riusciti a “scalare” il sistema arrivando ad una dimensione che ci permette di commercializzare la Co2 raccolta e impiegarla come fertilizzante”.

Lo stabilimento di Climeworks, inaugurato nello scorso maggio, è costruito attorno ad una struttura modulare (quindi espandibile in scala) in grado di catturare 900 tonnellate di Co2 all’anno, mandandole direttamente a una vicina serra, che utilizza l’anidride carbonica catturata per fertilizzare una coltivazione di zucchine e pomodori. Uno sviluppo – quello di Climeworks - partito nel 2009, quando i fondatori svilupparono in un anonimo laboratorio della loro università il primo prototipo di quello che poi sarebbe diventato lo stabilimento appena inaugurato.
 
Il processo dietro il miracolo di Climeworks è relativamente semplice. Enormi ventole spingono aria verso dei filtri, che riescono a catturare attraverso un processo chimico l’anidride carbonica. Una volta che il filtro è saturo, viene trattato con un processo termico (alimentato grazie a un vicino termovalorizzatore) che isola l’anidride carbonica e la rende pronta ad essere trasportata. Una tubatura sotterranea di 400 metri fa il resto, portando la Co2 fin sotto la serra.
 
“Grazie all’anidride ottenuta dal processo – spiega Fritz Meier, responsabile dell’azienda che gestisce la serra – le piante crescono più forti e grandi, e riusciamo a migliorare i raccolti anche del 20-30%”.
 
I possibili sbocchi commerciali per il “business” dell’anidride carbonica sono – come spiega Wurzbacher – molteplici: “si può vendere nei mercati emergenti, nell’industria del food&beverage, può essere usata per produrre materiali sintetici rinnovabili o può essere stoccata nel terreno”.
 
La commercializzazione come motore di un business che fa del bene all’ambiente certo, ma con una visione chiara e ambiziosissima: “Ci siamo dati l’obiettivo – chiosa Wurzbacher - di catturare l’1% delle emissioni di Co2 entro il 2025. Un obiettivo largamente alla portata, già con la tecnologia attuale”.